Anno 2005/2006
PROGETTO PASTORALE
Anno pastorale 2005-‘06
UNA FAMIGLIA PIÙ CHIESA.
UNA PARROCCHIA PIÙ FAMIGLIA
PUNTO DI PARTENZA

“Il programma c’è già: è quello di sempre, raccolto dal Vangelo e dalla viva Tradizione. Esso si incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste” (Giovanni Paolo II, Novo Millennio Ineunte, n° 29)
“Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo.
Che cosa significa questo in concreto? …
Spiritualità della comunione significa innanzitutto sguardo del cuore portato sul mistero della Trinità che abita in noi, e la cui luce va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto. Spiritualità della comunione significa inoltre capacità di sentire il fratello di fede nell’unità profonda del Corpo mistico, dunque, come « uno che mi appartiene », per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze, per intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni, per offrirgli una vera e profonda amicizia. Spiritualità della comunione è pure capacità di vedere innanzitutto ciò che di positivo c’è nell’altro, per accoglierlo e valorizzarlo come dono di Dio: un «dono per me», oltre che per il fratello che lo ha direttamente ricevuto. Spiritualità della comunione è infine saper «fare spazio» al fratello, portando «i pesi gli uni degli altri» (Gal 6,2) e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie. Non ci facciamo illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz’anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita. ” (NMI 43).
PREMESSA
Spesso noi parliamo di Parrocchia, ma cos’è la Parrocchia? da chi è formata? E’ la Chiesa che vive in un territorio, è l’insieme di tutti coloro che hanno incontrato il Signore Gesù e gli hanno creduto. Ovviamente ci sono tanti livelli di appartenenza. L’immagine biblica più chiara a riguardo è la parabola del lievito. Essa esprime al meglio anche il rapporto della Chiesa con il mondo.
«Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti». (Mt 13,33).
Il lievito – i cristiani che “hanno preso la vita cristiana sul serio” – deve, con la propria vita, fecondare piano piano tutta la massa di farina, cioè far sì che tutti, gradatamente, “prendano sul serio la vita cristiana”. Ebbene è necessario che il lievito venga curato al massimo (un po’ come ha fatto Gesù con i Dodici). Quale potrebbe essere il luogo di questa cura? La Messa mensile o un momento di lectio divina o …? Certamente, se vogliamo che la Parrocchia divenga sempre più una casa e una scuola di comunione, è necessario che quelli “che prendono sul serio la vita cristiana” siano fedeli a questo luogo di formazione, obbedienti, privilegiando questo momento a tutti gli altri. Tutto questo è indispensabile se vogliamo tracciare un percorso serio e impegnativo.
PROGETTO PASTORALE
Per chiarire meglio il percorso che il Signore ci mette davanti, contempliamo insieme la famiglia e, in particolare, la Sacra Famiglia di Nazareth.
Dio, nel momento della creazione parte dalla sua identità unitrina e crea “un uomo” e quest’uomo lo crea “maschio e femmina” (Gen 1,27) e “l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (Gen 2,24). Ai due affida un compito “siate fecondi e moltiplicatevi … soggiogate e dominate (la terra)” (Gen 1,28). Dio, nel momento in cui si manifesta all’esterno, si rivela come un Dio comunione, un Dio uno e trino, un Dio carico di vita. E come sua massima “immagine” crea una famiglia. Per questo ritengo che la famiglia sia l’icona da contemplare, se vogliamo vivere la vita di Dio e imparare il suo metodo. La famiglia, infatti, è immagine della Trinità.
L’icona
Come icona da proporre alla comunità abbiamo scelto la Sacra Famiglia. Essa testimonia nel modo migliore le caratteristiche tipiche della famiglia, così come la Trinità l’ha pensata e l’ha voluta. Qualche provocazione della Famiglia di Nazareth:
1. Una famiglia che mette al primo posto le persone
“Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore.” (Lc 2,51). Dopo che Maria ha ritrovato Gesù che sta discutendo con i dottori del tempo, essa non si chiude nel proprio dolore procurato dalla decisione del figlio, ma serba nel cuore quello che ha visto e udito, vuole capire le ragioni che il figlio le ha portato. Maria accoglie nel suo cuore il figlio con le sue esigenze che lei con Giuseppe non aveva compreso (cfr Lc 2,50).
Questo è il primo passo che deve compiere una comunità che vuole essere casa e scuola di comunione: stimare le persone per quello che sono, cioè create “a immagine e somiglianza di Dio”.
2. Una famiglia che vive il progetto di Dio
“Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38).
“Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa” (Mt 1,24). Maria e Giuseppe non fanno scelte secondo il proprio comodo e nemmeno secondo la logica del mondo. L’unica loro preoccupazione è fare la volontà di Dio. Essi non difendono le proprie posizioni, i propri privilegi, ma si curano soltanto di fare quanto Dio ha detto, ha ordinato.
Questa deve essere anche l’unica preoccupazione di ogni cristiano e della comunità parrocchiale nel suo insieme: ricercare e fare la volontà del Signore in ogni cosa.
3. Una famiglia che sa stare dentro la realtà
“Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore.” (Lc 2,22-23).
“Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso” (Lc 2.51).
“Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala.” (Gv 19,25).
Maria, Gesù stanno dentro le situazioni, sia quelle previste della legge e dalla convivenza sociale che quelle della vita quotidiana. La vita non scorre sopra le loro teste né accanto, ma loro la vita la percorrono tutta, sono attenti alle situazioni, le vivono con impegno e dignità. Affetti, lavoro, povertà, dolore fisico e morale … tutto è accolto e vissuto in pienezza come risposta alla volontà del Padre.
La parrocchia è inserita nel mondo, rappresentato dal quartiere e dal territorio che la comprende, nel quale la vita pulsa e intercetta tutte le aspirazioni e le esigenze delle persone: nascita, amore, famiglia, evoluzione delle diverse stagioni dell’esistenza (adolescenza, gioventù, maturità adulta, vecchiaia), lavoro, crescita personale e sociale, economia e politica, democrazia, dolore e sofferenza, morte e anche il bisogno di infinito (cioè di Dio), benché non sempre percepito.
Per questa realtà la comunità parrocchiale è un segno di speranza? la nostra testimonianza è veramente adulta, così come la descrivono i Vescovi italiani nel documento “Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo”?
“La figura adulta della testimonianza è la fede che opera per mezzo della carità. Paolo ricorre a un’immagine forte ed efficace: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale» (Rm 12,1). La testimonianza è la fede che diventa “corpo” e si fa storia nella condivisione e nell’amore. Vivere responsabilmente in questo mondo, fiduciosi nel Dio vivente, carichi di speranza nella novità che si è manifestata nel Risorto, disponibili all’azione creatrice dello Spirito, comporta una coscienza battesimale viva, non data una volta per tutte, capace di costruire cammini e progetti di vita cristiana nuovi, affascinanti e coinvolgenti.” (n°8)
Anche la nostra Parrocchia deve saper stare dentro i vissuti concreti della gente in modo significativo, deve rendersi presente in ogni ambito dove la gente vive, lotta e soffre per sostenere, incoraggiare, offrire le ragioni per abbracciare le fatiche e le croci che la vita presenta.
4. Una famiglia che sa sprigionare la “fantasia della carità”
“Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.” (Lc 1,56).
“Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno più vino” (Gv 2,3).
“Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore ne ebbe compassione” (Lc 7, 11). …
La famiglia di Nazaret vive in mezzo alla gente, vede i problemi e non rimane indifferente, ha compassione di ogni situazione di povertà e l’assume cercando di dare le risposte che è capace di dare.
Così deve essere per la parrocchia, deve farsi presente in mezzo alla gente, promuovendo segni concreti di servizio nell’ambito sociale, culturale e interfamiliare.
Potremmo continuare a lungo. La contemplazione di questa icona deve essere un impegno continuo – durante questo anno – della nostra comunità parrocchiale.
Il contemplare la famiglia rivela però anche tutte le fatiche e le difficoltà, tutte le contraddizioni, gli stress, … Per questo la Comunità parrocchiale si deve fare compagna di viaggio di ogni famiglia.
Lo slogan
Tra parrocchia e famiglia ci deve essere una reciprocità: la parrocchia contempla la famiglia come icona della vita comunitaria e la considera come una risorsa per la propria vita e, dall’altra parte, sostiene la famiglia perché viva sempre più la propria vocazione. Da qui è nato lo slogan sintetico del nostro impegno, che abbiamo proposto in occasione della recente Festa parrocchiale:
“Una famiglia più Chiesa. Una Parrocchia più famiglia”
Il progetto
Quale progetto può nascere da tutto questo? Quali provocazioni per la nostra comunità parrocchiale?
Da questa contemplazione alla famiglia nascono tante provocazioni. Ne sottolineo alcune che mi sembrano prioritarie.
a) una stima reciproca. Nella Trinità prima, nella famiglia di conseguenza, la stima reciproca caratterizza i rapporti tra i vari componenti; così deve accadere nella Parrocchia. Stima che vuol dire accogliere l’altro per quello che è (e non per quello che ha). L’uomo è creato “a immagine di Dio” (Gen 1,27): questo è il fondamento della sua dignità.
La Parrocchia esprime accoglienza attraverso i suoi membri: i sacerdoti, i catechisti, la segreteria, gli animatori della liturgia e della carità, … tutti sono chiamati nel quotidiano a esprimere l’accoglienza di ogni persona che si presenta in parrocchia; l’atteggiamento di accoglienza passa poi anche attraverso le famiglie cristiane nel proprio condominio, nel quartiere, … e attraverso ogni cristiano nel lavoro, nella scuola, in palestra, al supermercato …
Si legge nella Lettera ai Romani: “La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non siate pigri nello zelo; siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore. Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità“ (Rom. 12,9-13).
E ancora nella NMI al n° 43: “Spiritualità della comunione significa innanzitutto sguardo del cuore portato sul mistero della Trinità che abita in noi, e la cui luce va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto”.
b) una passione per il tutto. Nella famiglia ogni membro deve avere a cuore ogni aspetto della vita familiare: il padre ha a cuore lo studio del figlio, la madre il lavoro del marito, il fratello la salute della sorella, … Ogni frammento della vita familiare deve essere assunto da ogni membro come se riguardasse lui solo. Questo atteggiamento porta all’interessamento dell’altro, all’aiuto reciproco, alla collaborazione, alla corresponsabilità.
Così deve accadere nella Parrocchia. Se io esercito un compito … devo avere a cuore anche i compiti degli altri; se noto una lacuna … me ne faccio carico; se uno gioisce … io gioisco con lui, ….
Inoltre nel piccolo servizio che sono chiamato a rendere in Parrocchia devo avere consapevolezza che in quello vivo la pienezza della vita cristiana. E’ questa la logica eucaristica: nel frammento il tutto. Ognuno di noi è chiamare ad amare il Cristo totale presente nel pezzo di pane consacrato che ricevo nella comunione, ad amare il tutto nel frammento.
Si legge nella Prima Lettera ai Corinti: “Ma Dio ha composto il corpo, conferendo maggior onore a ciò che ne mancava, perché non vi fosse disunione nel corpo, ma anzi le varie membra avessero cura le une delle altre. Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte“ (I Cor. 12,24-27).
c) un servizio che sia risposta a una vocazione. Nella famiglia l’identità e i compiti sono donati e non pretesi. E’ la vocazione di Dio (cioè il matrimonio) che rende l’uomo marito e la donna moglie; è il generare che fa diventare padre e madre; è l’essere generato che fa essere figlio e figlia; e così via. Nessuno può pretendere di essere padre o di essere figlio. Nella famiglia l’identità e i compiti nascono dalla vocazione.
Così accade nella parrocchia: è la risposta a una vocazione o a un bisogno (ma anche il bisogno è una vocazione) che fa nascere un servizio. Un liturgia ben partecipata richiede degli animatori, la formazione cristiana richiede dei catechisti, una cura dei poveri richiede dei volontari, … ogni servizio è risposta a un bisogno della comunità parrocchiale, è risposta alla vocazione di Dio. Per cui ogni vocazione è a servizio del Regno di Dio.
A proposito mi vengono a mente le parole del Battista; egli ha una chiara consapevolezza della sua vocazione, del suo compito: “Egli deve crescere e io invece diminuire” (Gv 3,30). Da qui nasce una nuova mentalità: non è il compito che è mio, ma è che io sono della comunità. Per questo non ho da difendere nessun diritto, nessuna posizione. L’unico desiderio che mi rimane è quello che tutti partecipino alla celebrazione domenicale; che altri si sentano, insieme con me, responsabili dell’educazione dei ragazzi che mi sono affidati; che qualcuno mi suggerisca un modo migliore per esercitare il compito che svolgo nella comunità. Allora un suggerimento non è una critica, ma un aiuto; una collaborazione non è una intrusione, ma una corresponsabilità, …
Si legge nella NMI n° 43: “Spiritualità della comunione è infine saper «fare spazio» al fratello, portando «i pesi gli uni degli altri» e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie.”
Qualche iniziativa … a titolo solo provocatorio
Come aiutarci insieme per vivere tutto questo? Ecco alcune proposte, che sono state valutate, condivise con il Consiglio Pastorale e con gli operatori pastorali.
1. Un cammino formativo con tutti gli operatori pastorali. Un progetto pastorale avrà gambe per andare avanti se diventa mentalità condivisa almeno da alcuni, i quali sono poi chiamati a fare da lievito in mezzo a tutta la comunità parrocchiale. Per questo motivo, in questo anno, sarà privilegiato un lavoro con tutti gli operatori pastorali. La proposta è quella di vivere insieme tre pomeriggi durante l’anno con la possibilità di cenare insieme. Il metodo sarà quello del confronto con la Parola di Dio. E’ evidente che ognuno degli operatori pastorali deve tenere a questo luogo più di ogni altra cosa. Solo una fedeltà del genere può garantire che tutta la massa si fermenti. (cfr. Lc 13,21).
Gli incontri si terranno nei seguenti giorni:
· giovedì 24 novembre 2005 ore 19
· giovedì 16 febbraio 2006 ore 19
· giovedì 20 aprile 2006 ore 19
· Sabato 9 e domenica 10 giugno 2006: Verifica di fineanno
2. Rinnovo del Consiglio Pastorale e del Consiglio per gli Affari Economici. Il rinnovo, previsto dal Codice di Diritto Canonico per il cambio del parroco, è una buona occasione per aiutare la comunità parrocchiale a riflettere sulla partecipazione e la corresponsabilità alla vita della Parrocchia e a esercitarla concretamente.
3. Animazione del tessuto parrocchiale. Particolare attenzione potrebbe essere riservata a
* momenti di amicizia (quali la Festa della Parrocchia, la cena di Fineanno, la Settimana bianca, la Vacanza delle famiglie);
* l’oratorio per i ragazzi, dove i ragazzi possono trovare momenti per creare amicizie, per divertirsi, per far crescere le proprie attitudini (Coro, Chierichetti, Teatro, Laboratori di manualità, Sport, …), in modo che la Parrocchia diventi un luogo gioioso di vita. E’ da costruire sicuramente anche un rapporto con la Scuola.
* un’attenzione particolare deve essere riservata agli anziani e a coloro che vivono soli, attraverso la realizzazione di un luogo di incontro in Parrocchia e di attività specifiche ricreative, catechetiche e culturali. In questo ambito si sta aprendo anche la possibilità di una nostra presenza al Centro Anziani del Quartiere;
* inoltre la Parrocchia ha il dovere di essere ancora più vicina ai malati attraverso i sacerdoti e i ministri straordinari dell’Eucaristia. In questo settore potremmo coinvolgere quei parrocchiani che aderiscono ad associazioni specifiche quali: U.N.I.T.A.L.S.I., Arciconfraternita della Misericordia, Croce Rossa, …
4. … con particolare attenzione agli ambienti di vita degli uomini.
* Una particolare attenzione deve essere riservata alle famiglie. Lo scorso anno abbiamo dato vita al Servizio alla famiglia. Per ora abbiamo fatto poco, ma è importante trovare altre disponibilità perché la famiglia abbia tutta quell’assistenza di cui necessita e che la Parrocchia può dare.
* Un’attenzione va riservata anche al mondo del lavoro. Potremmo partire dalla Festa di S. Giuseppe del 19 marzo per testimoniare alle famiglie, a tutti i lavoratori e alle aziende l’interessamento della comunità parrocchiale. Per questo potremmo chiamare a raccolta imprenditori, sindacalisti, lavoratori cristiani che hanno a cuore questo ambiente di vita.
* Anche il mondo del tempo libero, in particolare dello sport, necessita di un’attenzione. Dobbiamo studiare modi e tempi per rendersi presenti in questo settore della vita giovanile, che è presente in modo così massiccio nel territorio della parrocchia. Come coinvolgere allenatori, gestori di palestre, responsabili di Gruppi sportivi?
* Infine la Parrocchia deve trovare la capacità di far diventare cultura il Vangelo. L’impegno culturale può concretizzarsi in dibattiti, conferenze, mostre. In particolare proporrei di costituire un Gruppo di animazione culturale, di organizzare la Settimana della Bellezza (dedicata alle arti della musica e della pittura, dell’artigianato, della manualità dei nostri ragazzi …), di valorizzare la Biblioteca parrocchiale.
5. La formazione: i contenuti che ci siamo dati, devono diventare bagaglio di ognuno, soprattutto per coloro che sono chiamati a fare formazione: sacerdoti, catechisti, educatori ACR, … e poi per tutti i cristiani adulti della Parrocchia. In particolare sottolineo:
* La necessità di una mediazione di questi contenuti perché possano calare anche nella vita dei ragazzi, dei giovani, di ognuno che incrocia la vita della Parrocchia.
* La formazione degli adulti attraverso i due cicli di catechesi dell’Avvento (confronto con la Santa Famiglia di Nazareth) e del Tempo di Pasqua (Prima Lettera di Pietro in preparazione al Convegno di Verona), la catechesi dell’A.C., la catechesi alle famiglie in vista dell’iniziazione cristiana.
* La formazione dei giovani. L’educazione alla fede per i giovani deve essere un preoccupazione costante della Parrocchia. Nel lavoro con i giovani è necessario tener presente la dimensione vocazionale del loro cammino di fede. Essi devono essere aiutati a scoprire la volontà di Dio sulla loro vita. Un particolare cura deve essere dimostrata nei confronti di coloro che danno la propria disponibilità al servizio ai più piccoli (preparazione di educatori).
* La formazione dei ragazzi alla vita cristiana e non solo ai sacramenti. Dentro questo cammino deve poi trovare spazio anche la preparazione ai sacramenti della Riconciliazione, dell’ Eucaristia e della Cresima.
6. Il Giorno del Signore e la Celebrazione eucaristica. Il pasto è il momento di massima comunione della famiglia. Così la Parrocchia deve curare al meglio la Celebrazione eucaristica nel Giorno del Signore perché risulti sempre più viva e più partecipata in modo che sia veramente “fonte e culmine della vita cristiana”. E’ ovvio che in questo chiediamo al Gruppo Liturgico e al Coro uno sforzo sempre maggiore.
Conclusione
Questo testo lo affido ora a tutti coloro che amano Gesù Cristo e la Parrocchia, sua Sposa, perché sia pensato, meditato, pregato in modo che da tutto questo lavoro possiamo arrivare a capire ciò che il Signore vuole da noi. Un nostro grave difetto è questo: fare continuamente dei gesti, delle cose, mentre i primi passi per progettare un cammino sono soprattutto la preghiera e la riflessione. Il lavoro pastorale deve essere prima pregato, poi pensato e infine attuato. Aiutiamo insieme a compiere ognuno di questi passi.
IL PARROCO
Grosseto, 20 ottobre 2005





