Anno 2008/2009
PADRI PERCHÉ FIGLI
Progetto pastorale
LA NOSTRA STORIA
“[…] Non si tratta, allora, di inventare un «nuovo programma». Il programma c’è già: è quello di sempre, raccolto dal Vangelo e dalla viva Tradizione. Esso si incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste. È un programma che non cambia col variare dei tempi e delle culture, anche se del tempo e della cultura tiene conto per un dialogo vero e una comunicazione efficace. Questo programma di sempre è il nostro per il terzo millennio.” (NMI 29).
Quando mi accingo a stendere le linee progettuali del nostro cammino comunitario, mi tornano sempre in mente queste parole del grande papa Giovanni Paolo II. Il programma pastorale c’è ed è sempre lo stesso, Cristo Gesù. Ma far sì che il motto paolino “per me vivere è Cristo” (Fil. 1,21) diventi vero per ognuno di noi richiede un lungo cammino che dobbiamo cercare di fare insieme.
Un cammino che insieme abbiamo iniziato quattro anni fa, come innesto su un tronco curato per anni dalla costanza e dalla forte spiritualità dei Padri Gesuiti. Questo innesto sul solido tronco della vita parrocchiale lo abbiamo definito come costruzione di una Parrocchia che sia “casa e scuola di comunione” (NMI 43). E nella cura di questo virgulto abbiamo speso le nostre energie (cura dei momenti liturgici, degli strumenti di partecipazione, della formazione spirituale, attenzione ai più piccoli e ai più bisognosi della comunità, …) e qualche piccolo frutto incominciamo a vederlo. Ma il cammino è ancora lungo; la cura deve continuare con sempre maggiore impegno. Il lavoro e la riflessione del Consiglio Pastorale, le Verifiche di fineanno, la Visita pastorale del Vescovo, il Piano Pastorale diocesano, e soprattutto la situazione attuale … tutto questo ci ha fatto capire che l’avventura che ci attende è la scommessa educativa.
Anche papa Benedetto ha indicato questo impegno come prioritario: “Educare però non è mai stato facile, e oggi sembra diventare sempre più difficile. Lo sanno bene i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti e tutti coloro che hanno dirette responsabilità educative. Si parla perciò di una grande "emergenza educativa", confermata dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita.” 1
Perché c’è questa emergenza educativa? Ma perché l’educazione è in crisi? Per secoli l’educazione si è riferita alla cultura, solo in quanto trasmissione di conoscenze e di nozioni. E’ questa idea di cultura che è andata in crisi perché la cultura non è solo un patrimonio di saperi.
Giovanni Paolo II ha rilanciato la cultura come movimento verso un senso della vita. L’uomo è uomo perché sa da dove viene, perché vive e dove sta andando cioè verso il Mistero, verso Dio. Per questo la cultura, l’educazione, deve dare le ragioni per vivere. Sant’Agostino afferma: “Inquieto è il mio cuore finché non riposi in te”. L’uomo non è uomo finché non riposa in Dio. L’educazione deve essere strada verso il Mistero. Il cuore dell’uomo è domanda e desiderio di verità. Oggi l’educazione non è più all’altezza del suo compito. Il superamento dell’emergenza educativa consiste proprio in questo: far sì che la fede diventi cultura.
L’emergenza educativa è anche impossibilità comunicativa tra il mondo adulto ed il mondo giovanile, quindi non è difficoltà generazionale, ma situazione di assoluto silenzio tra le generazioni. Il giovane ha bisogno di sapere perché vive; le giovani generazioni implicitamente o esplicitamente ci chiedono le ragioni per vivere. Di fronte a questa domanda zone sempre più vaste del mondo adulto non trovano contenuti per rispondere.
COSA VUOL DIRE EDUCARE?
Come superare questa emergenza? Come riallacciare questa relazione tra adulti e giovani? Attraverso un’educazione che abbia
caratteristiche ben precise. Partiamo da una definizione molto nota di Jungmann – utilizzata dal Papa stesso – che afferma che l’educazione è “introduzione alla realtà totale”. Cosa vuol dire? Cerchiamo di cogliere gli elementi essenziali di un rapporto veramente educativo.
Educazione e esperienza integrale
Scrive Maritain: «La cosa più importante nell’educazione non è un “affare” di educazione, e ancora meno di insegnamento» 2 e subito ne aggiunge la ragione: «l’esperienza, che è un frutto incomunicabile della sofferenza e della memoria, e attraverso la quale si compie la formazione dell’uomo, non può essere insegnata in nessuna scuola e in nessun corso» 3. L’educazione dunque passa attraverso l’esperienza. Nell’educazione non siamo chiamati tanto a comunicare "quanto si sa", ma "quanto si è" e questa comunicazione passa attraverso l’esperienza che il giovane vede vissuta nella vita dell’adulto. L’esperienza è il cardine dell’educazione e l’esperienza deve essere integrale per poter garantire lo sviluppo di tutte le dimensioni di un individuo fino alla loro realizzazione integrale.
Questo aspetto deve essere tenuto molto presente nella catechesi in preparazione ai sacramenti. I ragazzi devono fare esperienza della vita e della vita cristiana in particolare. Per questo tutto quello che è vita per il ragazzo (famiglia, scuola, amici, gioco, sport …) tutto deve entrare nella cura educativa in modo che il ragazzo sviluppi in modo armonico tutte le sue potenzialità.
Educazione e tradizione
Il punto di partenza nell’educazione è che l’adulto si prenda cura delle nuove generazioni. Un’icona veramente significativa a
riguardo è quella descritta nell’Eneide 4: Enea che lascia Troia distrutta con Anchise sulle spalle e il figlioletto per mano 5. Proprio questa sarà l’icona che ci accompagnerà durante quest’anno, facilitata nella lettura dalla scritta "Padri perché figli”. L’educazione richiede l’opera della catena delle generazioni, l’educazione domanda tradizione nel senso nobile del termine cioè come trasmissione di valori, di punti di riferimento. L’educazione esige necessariamente l’esistenza di un adulto capace di educare, non perché ha particolari competenze, ma perché è un uomo che mangia e beve, lavora e si riposa conoscendone il motivo. Infatti la vera eredità dell’adulto è quello che vive, non i beni materiali lasciati nel testamento. Per questo le generazioni che ci hanno preceduto non hanno mai pensato che l’educazione fosse un problema dello Stato, ma un problema della realtà familiare. E’ nella realtà familiare che la concezione ultima delle cose viene a galla. Tutto questo chiede alla Comunità parrocchiale un grosso lavoro a favore della famiglia.
Ci ricorda il Convegno di Verona che “… la tradizione è come da imparare sempre, perché non solo proviene dal passato – la vita non nasce con me, è più grande di me, mi precede – ma mi raggiunge ora, riaccade in qualche modo adesso, come un avvenimento che si prolunga. Noi siamo una storia, siamo fatti di questo passato che continua – come una presenza e un contesto oggettivo – ad orientarmi, a segnare la direzione da cui provengo e quella verso cui vado. Ma io devo rendermene conto, riconoscerlo, e solo di qui può nascere la novità, il cambiamento."6
Educazione e realtà
Passiamo ora a considerare un altro elemento del processo educativo: la realtà come luogo di esperienza integrale. Questo richiede uno sguardo positivo sulla realtà, su tutta la realtà, al di là di tutte le problematiche e le tensioni che vi si sperimentano. Afferma S. Paolo “noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”7, tutto, tutta la realtà è bene per l’uomo. La realtà sono i rapporti e le circostanze che accadono nella vita dell’uomo; la realtà è il modo concreto attraverso il quale Dio entra nella mia vita, mi provoca e mi interpella. La realtà ha una caratteristica, si potrebbe dire ’sacramentale’, cioè rende presente Dio e la sua volontà nella mia vita. Per questo è bene. In questo senso l’educazione, che cerca di introdurre l’educando in un’esperienza integrale della realtà, lo conduce progressivamente a coglierne la natura propria della realtà, quella cioè di essere segno del mistero, del volto proprio del Mistero. E per i cristiani il volto del Mistero è quello del Padre che ci è stato rivelato da Gesù. Questo portava S. Agostino ad affermare: “Tutto ciò che è umano è buono! Io sono cristiano, e non considero estraneo a me niente di ciò che è autenticamente umano”, aveva detto all’inizio del secondo secolo uno dei primi apologisti.
Questa è la realtà che ci è data oggi ed è dentro questa realtà che tutti noi siamo chiamati ad educarci e ad educare. Un momento che va sicuramente intensificato è il confronto tra giovani e adulti. E questo deve essere favorito sia a livello personale che comunitario.
Educazione e partecipazione

La tradizione si propone a colui che deve essere educato non solo come il modo dell’adulto di far fronte alla realtà che accade, ma come una testimonianza di vita proposta alla libertà dell’educando, che è invitato, a sua volta, a verificare la proposta nella propria vita. La testimonianza – per essere educativa – deve quindi essere verificata, partecipata dall’educando.
L’altro, infatti, non riceve una serie di imposizioni di carattere etico, né una ricetta per affrontare la vita, ma riceve un’ipotesi di vita che egli stesso deve verificare, cioè vedere se è vera anche per lui questa ipotesi che gli viene data con la parola e con le opere. Quindi è fondamentale che sia rispettata la libertà dell’educatore e che anche il giovane sia rispettato nella sua libertà.
Educazione e libertà
La libertà sia dell’educando che dell’educatore è indispensabile perché ci sia un rapporto educativo tra le persone. La libertà dell’educando non è “Fai quello che vuoi”. La sua libertà è provocarlo con una proposta e aiutarlo con una verifica, stargli accanto in modo discreto e vigilante perché il giovane possa, nelle varie stagioni della sua vita, vedere se quello che gli è stato comunicato dall’adulto è vero, cioè se corrisponde a lui.
Il rapporto educativo è un rapporto tra due libertà. Il dialogo educativo richiede sempre uno scambio tra l‘io (l’educatore che propone e si propone), il tu (l’educando che viene introdotto alla realtà totale). Scambio che è reso possibile dalla stessa realtà che per il suo carattere di segno non è mai meccanicamente afferrabile. Non esiste vero dialogo senza che si mettano in gioco la libertà dell’educatore e dell’educando nell’incessante confronto con il reale. Se mancasse uno solo di questi tre fattori, il trittico dell’educazione verrebbe inevitabilmente meno. Se mancasse la libertà, integralmente giocata, dell’educatore o dell’educando, il dialogo diventerebbe essenzialmente monologo; se manca l’immersione nella realtà è preclusa la strada all’esperienza.
Questo dato comporta un rischio. Cosa vuol dire che l’attività educativa è rischiosa? L’esperienza del rischio è insita in ogni atto di autentica libertà. Il rischio non è irrazionalità, ma sorge a partire dalla scissione tra la comprensione razionale della realtà e quella affettiva. Spesso le ragioni per conoscere il vero non mancano, ma la nostra volontà fa fatica ad aderirsi e scivola spesso verso la scelta della via più facile e comoda. E qui l’educando fa l’esperienza del rischio. Su questa base si capisce perché l’esperienza del rischio tocchi anche l’educatore che è chiamato per questo ad auto-esporsi , a diventare testimone di quanto propone con tutte le fatiche che la testimonianza comporta. Introdurre a questo punto la parola testimonianza non vuol dire far ricorso sempre e in ogni occasione alla coerenza morale dell’educatore come condizione per un’adeguata educazione, anche se evidentemente non vogliamo sottovalutare la forza persuasiva di questo livello del problema. La testimonianza coerente è sicuramente più persuasiva, ma qualche volta siamo chiamati a testimoniare anche valori che noi stessi facciamo fatica a vivere.
Afferma il Santo Padre: “
… specialmente quando si tratta di educare alla fede, è centrale la figura del testimone e il ruolo della testimonianza. Il testimone di Cristo non trasmette semplicemente informazioni, ma è coinvolto personalmente con la verità che propone e attraverso la coerenza della propria vita diventa attendibile punto di riferimento. Egli non rimanda però a se stesso, ma a Qualcuno che è infinitamente più grande di lui, di cui si è fidato ed ha sperimentato l’affidabile bontà. L’autentico educatore cristiano è dunque un testimone che trova il proprio modello in Gesù Cristo, il testimone del Padre che non diceva nulla da se stesso, ma parlava così come il Padre gli aveva insegnato. Questo rapporto con Cristo e con il Padre è per ciascuno di noi, cari fratelli e sorelle, la condizione fondamentale per essere efficaci educatori alla fede” 8.
PADRI PERCHÉ FIGLI
Se dovessimo sintetizzare in un’espressione l’impegno di questo anno, potremmo dire che tutti siamo chiamati ad essere “Padri perché figli”, non solo perché lo siamo stati in passato, ma perché ora ci sentiamo figli di qualcuno. Solo chi vive l’essere figlio è capace di essere allo stesso tempo padre. Educatore è colui che si lascia educare da qualche altro.
Note
1 Benedetto XVI, Lettera alla Diocesi e alla città di Roma, 21 gennaio 2008
2 Cfr. J. MARITAIN, Per una filosofia dell’educazione, La Scuola, Brescia 2001, 86.
3 Ibid., 87.
4 P. VIRGILIO MARONE, Eneide, 1.II vv. 707 segg.
«Dunque su, caro padre, sulle spalle
poniti presto: non ne avrò fatica!
Comunque vada il Fato, ormai sol uno
e comune il pericolo sarà,
ed una la salvezza per entrambi.
Mi sia compagno a fianco il piccol Julo,
Creùsa dietro guardi le mie spalle.
…..
Tu, padre, i sacri arredi in mano reca
ed i patri Penati: ..».
Ciò detto mi ricopro l’ampie spalle
di fulva pelle di leone, e al peso
del caro padre mi sobbarco; ]ulo
si stringe alla mia destra e segue il padre
a passi diseguali, e poi Creusa.
5 Gian Lorenzo Bernini – Enea, Anchise e Ascanio in fuga da Troia (Roma, Galleria Borghese, 1618-1619)
6 Costantino Esposito, Quella sorgente di vita che attraversa i secoli, Atti del Convegno di Verona
(16/20 ottobre 2006), ed. Avvenire, pag. 141
7 Rom. 8,28
8 Benedetto XVI al Convegno della diocesi di Roma, 11 giugno 2007





