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Cinema

Scritto da admin | Rubrica: In breve

Aggiornato al 07/02/2010–


Per poter accedere agli spettacoli organizzati dal circolo è necessario essere soci. Le tessere danno diritto a vedere gli otto film programmati,  hanno un costo totale di € 15 e, di norma,  possono essere ritirate il mercoledì pomeriggio dalle ore 16 alle 17 presso la segreteria parrocchiale.

 

 


Domenica 7 febbraio, ore 15.30 – Mercoledì 10 febbraio, ore 17.00
SEGRETI E BUGIE

Il regista
Regista britannico, inserito nel filone del realismo inglese di cui Ken Loach è il massimo rappresentante, Leigh ha costruito una carriera sulla forza e la temerarietà delle persone “invisibili”. Ovvero la gente che incontriamo per strada, al bar o al supermercato, ma che raramente diventa protagonista della società. Leigh li trasforma in personaggi del suo cinema, mostrandone pregi e difetti, disgrazie e gioie, senza mai perdere di vista l’onestà del racconto. Cresciuto in una realtà industriale vicino a Manchester Leigh si trasferisce presto a Londra dove frequenta la Royal Academy of Dramatic Arts e più tardi la London Film School. Con Bleak Moments (1971), segna il suo esordio nel mondo del cinema: mostrando le sofferenze e le difficoltà di un gruppo di persone che vivono in un sobborgo londinese, dichiara già la preferenza per la gente comune, e fa una sorta di dichiarazione di poetica. Malgrado gli addetti al settore apprezzino fin da subito le sue qualità (Premio della critica a Venezia), il regista si dedica principalmente alla televisione dove fa una gavetta lunghissima, durata fino al 1988 quando si impone al cinema con Belle Speranze (1988), ritratto di coppie borghesi nell’Inghilterra tatcheriana, e qualche anno dopo con Dolce è la vita (1991). Quest’ultimo film viene paragonato allo stile di Ken Loach per l’interesse a denunciare i drammi delle classi meno agiate ma Leigh è senza dubbio più bizzarro, cerca l’eccentricità nelle persone normali per portarla sul grande schermo. Nel ‘93 l’amore per ciò che è strano si esprime con genio in Naked (premio a Cannes per miglior regia e miglior attore, David Thewlis), una delle punte più alte toccate dal suo originale modo di fare cinema: il vagabondare di un ragazzo cinico e solitario per le strade desolate di Londra rappresenta una parabola esistenziale contradditoria, bella e anarchica, difficile da assorbire. Tre anni dopo ritorna al prestigioso festival francese con Segreti e bugie (1996), lucida riflessione sui rapporti umani, e questa volta si aggiudica la Palma d’Oro. L’anno successivo si dedica a Ragazze (1997), film amaro che guarda allo scorrere del tempo. Nel 1999 Topsy-Turvy vince l’Oscar per i migliori costumi e i trucchi. Il film segna una svolta stilistica del regista che abbandona l’aspro realismo sociale per dare spazio ad un film storico ambientato nella Londra vittoriana. Riprende in mano i temi a lui congeniali con Tutto o niente (2002), dove racconta le vicende di tre famiglie che vivono in un palazzone della periferia londinese. Affronta poi con la stessa forza narrativa il tema dell’aborto ne Il segreto di Vera Drake (2004), vincitore del Leone d’Oro a Venezia, seguito poi da un cambio di rotta, La felicità porta fortuna—Happy Go Lucky (2008), omaggio alla vita nei suoi aspetti più leggeri, il film più colorato e gioioso della storia cinematografica di Leigh. E non per questo meno veritiero.

Critica
Alla morte dei genitori adottivi, una giovane donna nera decide di trovare la madre naturale. Scopre che è una donna bianca, fragile e frustrata, con un’altra figlia ventenne, infelice e aggressiva, e con un fratello in crisi. Durante una festa di compleanno vengono al pettine tutti i nodi dei legami affettivi. Dramma psicologico raccontato con lucida freddezza, una rappresentazione del dolore priva di interpretazioni pseudo-psicanalitiche. “Segreti e bugie sta a Voglia di tenerezza come Full Metal Jacket a Rambo. La cinepresa di M. Leigh riceve i personaggi, non li segue, non li cerca” (Silvio Danese). Ottimi interpreti sui quali spicca B. Blethyn (premiata a Cannes dove il film vinse la Palma d’oro), la madre, nota attrice teatrale inglese che fatica un po’ a controllare il suo talento di mattatrice. Premiato anche in GB, Australia, Francia, USA, Giappone e Spagna.

Il Morandini

Segreti e Bugie è un film bello, che condensa le caratteristiche d’una scuola di cinema inglese unica in Europa, rappresentata pure da Ken Loach o Stephen Frears: l’attenzione realistica, l’interesse analitico per la vita quotidiana della gente non ricca né famosa né criminale che soffre e non conta; la narrazione mista di dramma e comicità, emozione e commedia, lo stile documentaristico nutrito e corretto dalla presenza di attori bravissimi; la rinuncia al nichilismo catastrofico, ai finali tragici, alle conclusioni azzeranti, a favore di quel dolente andare avanti raro nello spettacolo ma tipico della realtà. Al centro del film stanno due gran personaggi: un uomo buono, fotografo generoso, protettivo e preoccupato interpretato da Timothy Spall, al quale è affidato il messaggio essenziale, “Non ne posso più, perché non ci diciamo la verità?”; e la sua sorella maggiore recitata benissimo dalla premiata Brenda Blethyn, madre senza marito d’una ragazza aggressiva e scontenta, operaia di fabbrica inconsapevole di sé, confusa, ignorante, bugiarda, querula, ricca di coraggio. All’inizio del film sta una trovata che capovolge i luoghi comuni di etnia, di classe, di generazione: a Londra, oggi, una ragazza nera benestante, brillante, intelligente, elegante e sicura cerca di rintracciare la madre che l’ha abbandonata alla nascita; la trova, scopre con sorpresa che è una povera donna bianca, constata con dolore che la madre accoglie malissimo il riemergere dal passato di questa figlia nera avuta a sedici anni e ripudiata, che neppure riesce a ricordare come possa averla partorita. La trovata è artificiosa, troppo simbolica: ma fra le due donne nasce intesa, amicizia, affetto, e per la bravura del regista la trovata si trasforma in una storia autentica e sottile delle paure e bugie che avvolgono in una rete di segreti i rapporti famigliari, delle verità tradite, delle identità mutilate, delle rimozioni e mistificazioni che uccidono l’amore provocando a volte tragedie. Le immagini di altri personaggi ritratti iperrealisticamente dal fotografo appaiono come un’estensione sociale del tema; la conclusione che vede ricomporsi la famiglia completata dalla ragazza nera non esclude, tra malinconia, elegia e ironia, l’umana speranza di un futuro possibile.
La Stampa, 7 Dicembre 1996, Lietta Tornabuoni

“Hollywood mi disgusta, non ci lavorerò mai” “Non è necessario utilizzare il sangue e gli effetti più cruenti e morbosi per fare spettacolo: ci può essere una carica di violenza molto profonda anche nel nodo quotidiano delle relazioni familiari”, dice Mike Leigh, il regista inglese di “Segreti e bugie”, capace di sconfiggere con l’intimismo della sua commedia umana la grancassa per “Crash”. Il confronto con il film di David Cronenberg è nell’aria, ma il regista evita di affrontarlo direttamente, anche se sembra chiarissimo quando dice: “La violenza fa parte del mondo degli artisti, ma se giochi troppo con essa, come con gli effetti speciali, ne offri una immagine decadente, che io rifiuto”. Il regista, come Ken Loach e Stephen Frears, appartiene all’ondata vincente del cinema inglese, che rilancia la forza della produzione europea, attenta al sociale, lontana dal clamore di Hollywood. Questo ruvido ebreo, figlio di immigrati dell’Est, inglese di seconda generazione cresciuto nell’operaia Manchester, dice senza incertezze: “Non andrò mai in America per girare un film al soldo degli studios. Ritengo che il cinema hollywoodiano abbia impedito la comunicazione vera e profonda tra il narratore e il pubblico. Oggi questo accade spesso anche con i media. Purtroppo, dietro la macchina dell’industria, si nascondono i modelli del consumismo apparentemente vincente, che opera sulla platea, togliendo identità e verità alla nostra cultura e a tutti i media. A volte si può essere sconfitti nel privato come nel sociale. Mi è accaduto, quando mia moglie, Alison Steadman, mi ha lasciato per il suo amante”. “Ero un bambino – riprende -, e a Manchester andavo a vedere i sogni di Hollywood in technicolor. Negli anni ‘60, quando scoprii la verità delle storie urbane del “free cinema inglese” provai emozioni profonde. Non sarò mai colpevole di un esproprio della nostra cultura, all’ombra di falsi modelli. La generazione del cinema inglese che mi ha preceduto fu obbligata ad andare a Hollywood perché era in atto la disgustosa distruzione della nostra identità – Hollywood si faceva propaganda e riempiva i nostri studios e quelli italiani. Ma le cose stanno cambiando. Penso che il dinosauro americano finirà con l’uccidere se stesso, mentre in Europa risorgeranno nuove forze”.
Il Corriere della Sera, 4 dicembre 1996, Giovanna Grassi

 

 

Domenica 21 febbraio, ore 15.30– Mercoledì 24 febbraio, ore 17.00

LITTLE MISS SUNSHINE

sunshineUn film di Jonathan Dayton, Valerie Faris. Con Greg Kinnear, Toni Collette, Steve Carell, Paul Dano, Alan Arkin.
Commedia, durata 101 min. – USA 2006.

 

 


 

 

 


Domenica 7 marzo, ore 15.30 – Mercoledì 10 marzo, ore 17.00

PIOVONO PIETRE

cadonopietreUn film di Ken Loach. Con Julie Brown, Bruce Jones, Gemma Phoenix, Ricky Tomlinson
Commedia, durata 91 min. – Gran Bretagna 1993.


 

 

 

 

 

Domenica 21 marzo, ore 15.30 – Mercoledì 24 marzo, ore 17.00
TUTTA COLPA DI GIUDA

colpadigiuda
Un film di Davide Ferrario. Con Kasia Smutniak, Fabio Troiano, Gianluca Gobbi, Cristiano Godano, Luciana Littizzetto.                                  
Drammatico, durata 102 min. – Italia 2008.








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